Sbrana che ti passa

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Avete mai fatto caso alla mostruosa carica di aggressività che si scatena sui social network?
Siete “amici” di un politico su Facebook o lo seguite su Twitter? Beh, provate a leggere i commenti a qualsivoglia status/tweet. Secchiate di olio bollente che manco alla presa di Costantinopoli.
Analoga situazione se andate a leggere un articolo su un quotidiano on line: che si tratti del disegno legge sul Senato o della seconda gravidanza di Kate Middleton, ci sarà sempre qualcuno – maschio o femmina, poco importa – pronto ad augurare la morte tra atroci sofferenze al protagonista/soggetto/oggetto dello status/tweet/articolo.

Per non parlare di alcuni sfortunati casi, dalla ragazzina che si disse favorevole alla sperimentazione delle medicine sugli animali, se essa poteva garantire la salvezza a chi, come lei, dipendeva dai farmaci, al caso di Steven Spielberg, travolto dagli insulti degli animalisti per essersi fatto fotografare accanto al “cadavere” di un triceratopo sul set di “Jurassic Park” e aver fatto “l’errore” di buttare quella foto in rete: ad entrambi furono riservati irripetibili insulti, minacce di morte, epiteti di varia inciviltà.

Ho lavorato per un paio d’anni in un call center e ricordo bene la “licenza di uccidere” di chi telefonava per segnalare un disservizio e mi ruggiva in cuffia.
La rete, oggi, mi pare fare quello stesso effetto: non ho davanti a me la persona che voglio insultare, spesso mi sono iscritto al social adoperando un nickname, ergo sono autorizzato a dire quel che penso come lo penso, tanto nessuno mi vede e non devo reggere lo sguardo di nessuno.
E’ capitato anche a me di scrivere post estremamente aggressivi, o di stampo politico, o per stigmatizzare una problematica lavorativa. A mia discolpa, se tale la si può considerare, posso solo dire che mi piace litigare anche dal vivo e non solo virtualmente. Del resto io stessa sono iscritta a una fan page, peraltro talvolta brillante e divertente, intitolata “Io ti maledico”, che rovescia quotidianamente in rete, sotto il pretesto dell’ironia, una quantità impressionante di suggerimenti per insultare meglio il prossimo.

Riflettendo sul tema, mi sono posta due domande: 1 – il fatto che buona parte dell’attività social venga svolta dall’italiano medio mentre si trova sul posto di lavoro può avere una qualche influenza. Traduco: la gente è incazzata nera per il fatto di stare in ufficio di per sé e, non potendo mettere le mani addosso al dirigente, preferisce insultare Renzi o Flavia Vento?; 2 – dove va a finire tutta questa violenza?
Questo mi pare il quesito più interessante e più preoccupante, soprattutto.

Quando Grillo ha cominciato a compilare sul web le sue liste di proscrizione con i nomi di parecchi celebri giornalisti mi sono molto preoccupata. Mi è venuto subito in mente uno dei miei film preferiti, “La leggenda del re pescatore” (The Fisher King) di quel genio assoluto che è Terry Gilliam. Chi di voi ha visto questo capolavoro, ricorderà che il personaggio interpretato da Jeff Bridges, il deejay Jack Lucas, cade in depressione fino a diventare un barbone per aver involontariamente provocato una strage, dopo aver detto alla radio, a uno psicopatico (ignorando che fosse tale, ovviamente), di entrare in un bar di yuppies e sparare, fino a vedere la materia cerebrale di quelle persone schizzare sulle pareti.
La rete è un’arma. Fantastica, per le potenzialità che contiene, micidiale per gli effetti collaterali che può avere.
Che sia meglio tornare alle vecchie metodologie, per esprimere il proprio dissenso?

Eduardo, come sempre, ci dà un ottimo suggerimento, come potete vedere in questo episodio dal film “L’oro di Napoli”: il pernacchio. Che si va dal vivo e non fa male, se non all’amor proprio.

Buon divertimento!

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