Chi è senza peccato

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La triste vicenda di cui si è reso suo malgrado protagonista Kevin Spacey mi ha profondamente colpito. In una fase, che potremmo definire  trionfale, della sua carriera, questo straordinario attore assiste impotente a un vero e proprio stupro, questa volta davvero, della propria vita privata. Sulla sua pagina Facebook sono migliaia i commenti di persone che, senza mai averlo incontrato in vita propria, lo insultano, gli scrivono di vergognarsi, giurano che non guarderanno mai più un suo film, che getteranno via i dvd dove lui compare: una forma di assurda isteria collettiva.

Tutto questo perché? Perché un tale, che risponde al nome di Anthony Rapp, a me personalmente ignoto, ex bambino prodigio, attualmente interprete di uno spin off di “Star Trek”, si sveglia una mattina e dichiara ai quattro venti che trentadue anni prima, quando lui era minorenne ma già affermato e Spacey un giovanissimo e sconosciuto aspirante attore, quest’ultimo, ubriaco, lo molestò a una festa.

Di qui una comunicazione ufficiale di Spacey che, oltre a scusarsi per qualcosa che ammette peraltro di non ricordare affatto, decide di fare coming out e di dichiararsi omosessuale. E qui apriti cielo. Le piglia da tutti. Dai soliti moralisti de noartri, che per consolarsi della moglie cessa che hanno a casa, guardano con sguardo lubrico le dodicenni in piscina il sabato mattina (ne vedo ad ogni santa settimana nel centro sportivo che frequento fuori Milano e qualcuno, con la scusa di dover preparare per la lezione la bimbetta di sei anni, si infila regolarmente nello spogliatoio per vederci tutte nude a tutte le età), ai gay per i quali è tardi e doveva dirlo prima (io non mi sono mai dichiarata etero e poiché non ritengo che una persona omosessuale sia diversa da me, come noi etero non andiamo in giro con un cartello brechtiano con scritto sopra “sono etero”, non capisco perché un gay sarebbe tenuto a farlo), ai soliti genitori che vedono il male ovunque tranne quando ce l’hanno davanti (che ci faceva Anthony Rapp da solo a quattordici anni a un party in una villa sulle colline di Hollywood, in piena notte, in mezzo ad alcool e droga? Non aveva un genitore o un tutore che lo accompagnassero?) a Netflix, che annuncia lo stop ad “House of Cards” dopo la sesta stagione (meno male, mi viene da dire, dal momento che la quinta faceva schifo e che, dopo l’elezione di Trump, la serie stessa non ha più senso, dal momento che la realtà supera di gran lunga la finzione), fino al comitato degli Emmy che si rimangia il premio in consegna a fine novembre. Dulcis in fundo, il fratello di Spacey sente il bisogno insopprimibile di consegnare alla stampa un’agghiacciante vicenda di stupri in famiglia, violenze e pestaggi da parte di un padre pure filo nazista. Non manca nulla.

Quanta ipocrisia, signori! Soprattutto se pensiamo ai personaggi fino ad ora interpretati da Spacey, attore che esprime al meglio il suo talento in ruoli ambigui, dal finto storpio Keyser Söze de “I soliti sospetti”, al meraviglioso Jim Williams di “Mezzanotte nel giardino del bene e del male”, uno dei più bei film di Clint Eastwood, dal serial killer psicopatico di “Seven”, al quale siamo grati per avere, almeno nella finzione, decapitato Gwyneth Paltrow, al marito represso di Annette Bening, innamorato della magnifica Mena Suvari coperta di rose in “American Beauty”, fino ad approdare a Frank Underwood, presidente degli Stati Uniti, violento, amorale, assassino, bisessuale, manipolatore, aggressivo, vendicativo e chi più ne ha più ne metta. E più Spacey lo tratteggia come un essere ributtante, più lo applaudiamo. Del resto, come dimenticare che  questo straordinario attore non è solo una star di Hollywood ma è anche il direttore artistico dell’Old Vic di Londra per il quale ha prodotto e interpretato un eccellente Riccardo III di Shakespeare?

Tutto questo per dire che se lo abbiamo sempre ammirato in tutti questi anni per i magnifici “vilains” che ci ha regalato, perché oggi dovremmo cambiare idea su di lui e tirargli la croce addosso? Signori, è un attore, si occupa di intrattenimento, non deve essere di esempio per nessuno. Non è un uomo politico o un prete. Non è il marito di una nostra esponente politica della destra “casa e famiglia” il quale, spero ricorderete, era tra i clienti delle quindicenni parioline che si prostituivano. Tenetevi la vostra rabbia per quelli che tirano l’acido in faccia alle fidanzate o le bruciano vive. Per le centinaia di bambini abusati da preti, suore ed educatori nei collegi e negli istituti dove li si sarebbe dovuti proteggere. Chiedetevi dove vadano a finire le decine di migliaia di minori non accompagnati che sono approdati in qualche modo in Europa dall’Africa, dal Medio Oriente o dai paesi dell’est e sono scomparsi. Impariamo ad indignarci per le cose serie e purtroppo vere.

Io, per quel che mi riguarda, sto con Kevin Spacey.

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